“L’illustrazione è un lavoro di introspezione”

Chiacchiere a tavola con Anna Forlati

Ho imparato a guardare le illustrazioni: qualcosa di non banale, che richiede una certa cura e molta attenzione. Il libro illustrato a dispetto della sua aria di gioco è un oggetto complesso, fatto di stratificazioni e livelli profondi, da scoprire e riscoprire.

Esporre le tavole originali delle illustrazioni alla Mostra del Festival PAGINEaCOLORI mi ha fatto entrare nella tana del bianconiglio, si diventa immensamente piccoli e si esce fuori un po’ più alti. La sorpresa che si manifesta sul volto dei bambini quando guardano quei fogli disegnati è quella della scoperta di una meraviglia.

Una cosa che ho capito è che un buon illustratore lo riconosci, dietro le sue tavole.

E le illustrazioni di Anna Forlati sono sue, non potrebbe essere altrimenti.

Con Anna parliamo di stile, di tecnica, di libri certamente, del linguaggio dell’illustrazione, di bambini.

 

E’ tuo, è lì a parlare per te: com’è lo stile di Anna Forlati?

E’ una tecnica che non è una tecnica: è fatto di pratiche diverse, rispecchia il mio carattere, rispecchia me. Io tendo sempre ad essere in dubbio, a guardare le cose da diversi punti di vista. Sperimento, mischio moltissime cose.

 

E quanto la tecnica incide sullo stile?

Ho provato nel tempo ad utilizzare tecniche accademiche, oggi ho trovato il mio stile. Tutto è legato al testo, al tipo di oggetto libro che si deve realizzare, alla carta, al formato, alla cornice, anche al font che viene utilizzato, alla grafica. Sono tutti fattori che vanno previsti e che vanno addomesticati alla propria idea.

 

L’illustratore disegna per immagini la stessa storia che l’autore racconta con le parole. Come affronti un testo?

Dipende dal tempo che ho a disposizione, sempre poco purtroppo. Leggo il testo e cerco dentro di me l’immaginario che mi suscita. Mi sforzo di non perdere quella prima impressione, quella imprimitura. Poi entrano in gioco tutti i fattori logistici, l’editore, il tempo, il lavoro. Privilegio la tecnica più adatta.

 

Come si disegna il tuo pensiero?

Cerco di farlo proliferare. E’ molto importante per me avere una serie di idee, poterle far sedimentare e poi riprenderle mano a mano. Questa stratificazione permette al lavoro di fermentare. Mi stimola lavorare su diversi progetti nello stesso momento, le idee si rincorrono l’una con l’altra e si mescolano, si miscelano come il colore. Lo stile adatto ad ogni idea si crea nel tempo, si stacca e poi torna, fino ad aderire perfettamente.

 

Fortunatamente stiamo vedendo molte illustrazioni, sempre più presenti nell’editoria di tutti i generi, negli inserti culturali dei grandi quotidiani, negli albi illustrati per bambini e ragazzi, anche nei libri per adulti. Quali sono le differenze di linguaggio tra tutte queste illustrazioni?

C’è una grande differenza tra le illustrazioni. Quello che vale per illustrazioni editoriali può essere controproducente per le illustrazioni degli albi. L’illustrazione editoriale deve essere immediata, deve attirare l’attenzione di un lettore rapidamente, poter essere letta con semplicità, anche se convoglia dentro di sé temi molto complessi.

L’illustrazione di un albo è molto diversa: fa innanzitutto parte di un libro, lo sguardo del bambino che lo sfoglia tornerà tante volte sulle pagine. Si possono costruire tanti livelli che si svelano nel tempo e su cui ci si può interrogare a lungo.

L’immediatezza va rispettata per far capire dove sono i personaggi. Il colore e la composizione hanno una funzione narrativa determinante.

E’ importante che l’immagine possa dare uno stimolo continuo, possa portare il bambino a riprendere in mano il libro e continuare a sfogliarlo all’infinito, scoprendo ogni volta un particolare che non aveva ancora visto o sentito.

 

Lo chiedo spesso, l’illustratore preferito di un illustratore.

Tra gli italiani adoro il lavoro di Fabian Negrin, che prende letteralmente per il collo lo spettatore e lo porta dentro l’immagine come un vortice in cui si viene trascinati.

 

Come ti muovi all’interno dello spazio digitale?

Rispetto al disegno digitale non sono certo contraria, utilizzo spesso entrambe le tecniche.

Rispetto all’enorme diffusione di immagini e soprattutto ai network professionali, penso siano una grande opportunità per far conoscere il proprio lavoro. Dappertutto!

 

I destinatari degli albi illustrati sono i bambini, qual è il tuo rapporto con loro e con l’infanzia?

Adoro l’illustrazione e i libri illustrati. Non ho dentro di me la visione dell’infanzia come tempo mitico, mi pare sia piuttosto una categoria degli adulti. Amo i bambini in quanto persone, piccole persone tutte diverse una dall’altra, proprio come gli adulti. Certo, i contenuti vanno mediati, ma credo che i bambini siano perfettamente in grado di affrontare la complessità. Io non riesco a rinchiuderli in una categoria, quando devo illustrare un libro o proporre un laboratorio, penso a me bambina, ritrovo la parte più interna di me e la tiro fuori, a guidare la mia mano.

 

Tu Anna tieni anche corsi di disegno per adulti, come ti trovi con i più grandi?

Per un verso è davvero molto bello avere la libertà di veicolare contenuti più complessi senza quella mediazione necessaria con i bambini. D’altro canto, insegnare l’illustrazione è davvero molto difficile: io cerco è piuttosto di mostrare il mio sguardo, mettere a fuoco i vari elementi che compongono un’illustrazione e cercare di portare chi ho di fronti là dove io voglio arrivare. Fondamentalmente non va mai dimenticato che l’illustrazione è un lavoro di introspezione.

 

A cura di Manuela Serantoni

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