“Lettura attiva e lettura condivisa”

Chiacchiere a tavola con Beniamino Sidoti

 

Beniamino Sidoti comincia a leggere “Il leone mangiadisegni” con voce piana, morbida. Quando si trasforma nel leone, quello che mangia i disegni, tutti i bambini in sala capiscono benissimo che se avesse ancora fame, questo leone potrebbe cominciare a mangiarsi pure loro.

 

Comincia con il Laboratorio per bambini sulla lettura, la visita, preziosissima, di Beniamino Sidoti al Festival PAGINEaCOLORI e prosegue in Biblioteca per l’Incontro formativo con insegnanti e genitori. Ed è subito esempio, lampante, di come “fare” lettura ad alta voce, un’esperienza condivisa, una narrazione collettiva.

 

Ci sono momenti che mi piace paragonare ad un sasso in uno stagno: dalla caduta cominciano ad irradiarsi tanti cerchi, uno dopo l’altro, sempre più grandi.

Spero che questo sia uno di quei momenti: spero che i bambini, ascoltando la lettura ad alta voce, abbiano ancora fame di sentirsi raccontare storie e spero che i genitori e gli insegnanti, davanti alla potenza della condivisione della lettura, abbiano la forza di trovare la loro voce per leggere sempre.

Per quanto ci riguarda, noi di PAGINEaCOLORI proviamo a non lasciare mai cadere a vuoto sassi nello stagno, perciò da questo incontro, sono sicura nasceranno piccoli e grandi cerchi.

 

«Si scrive soltanto una metà del libro, dell’altra metà si deve occupare il lettore» dice Joseph Conrad. La lettura, Beniamino, tu la fai ad alta voce per un gruppo. All’intero si aggiunge una moltitudine.

 

Quando leggiamo qualcosa a qualcuno, stiamo facendo un dono: regaliamo le nostre passioni, la nostra partecipazione, il gusto di ciò che leggiamo. L’idea più banale che sta dietro alla lettura è che sia una cosa da bambini, un’attività rilassante, anche un po’ passiva. Tutto il contrario della scrittura che invece è vista come un processo creativo. Il senso comune pensa che leggere è bello, che mentre leggi non stai facendo nulla, che la lettura non si a altro che un passatempo.

Ovviamente non è così: quando leggiamo noi mettiamo in atto moltissime azioni: immaginiamo mondi, sperimentiamo emozioni, conosciamo un altro da noi, costruiamo nella nostra mente i personaggi e gli attribuiamo una voce, facciamo ipotesi sullo svolgimento dei fatti.

La lettura va a colmare bisogni profondi.

 

La lettura è un’attività intellettuale, che “fa” il nostro intelletto, che “fa” noi. Il tempo per la lettura come si adatta alla velocità del tempo moderno?

 

Il tempo che si è perso non è quello della lettura in se stessa. Credo che il tempo perduto sia quello della condivisione e del fermarsi sulla lettura, dello starci sopra. La fruizione della cultura non è cambiata, dobbiamo piuttosto porre un’intelligenza attiva agli spazi di latenza. La latenza in letteratura è il meccanismo per il quale rimane dentro di noi qualcosa della storia che abbiamo letto ed agisce sul lungo periodo. Attivare questo processo consapevolmente significa proprio lasciarsi il tempo per ritrovare una buona lettura dentro di noi, lasciare che si depositi e agisca in noi. La velocità di fruizione mi pare più una scusa per la superficialità: un alibi per creare letture e lettori veloci di libri scritti male e rapidamente.

 

Quindi se ben chiaramente un buon libro sopravvive sempre al suo scrittore, possiamo ben dire che sopravvive anche al suo lettore? Quali sono le letture che rimangono dentro di noi?

 

Soprattutto le opere stranianti. Penso a Kafka, ad esempio. Quelle opere che piuttosto che una chiusura ci mettono nelle condizioni di operare un’apertura. La lettura deve tirare fuori qualcosa di profondo in noi, farci arrivare in un territorio inesplorato, dove non eravamo mai stati prima.

 

Lettura e scuola, temi vicini, eppure distanti. nella tua “Lettera ad una collega” parli di disorientamento, di confusione. Fai una critica precisa.

 

Sento la mancanza di un’idea della scuola come organismo. Manca l’idea della responsabilità. Vedo confusione laddove le indicazioni del Ministero sono molto precise. Questa condizione di smarrimento fa sì che la scuola non sia più degli insegnanti, ma dei genitori. La responsabilità è collegata alla professionalità, all’autorevolezza.

 

Autorevolezza che non significa autorità o rigidità. Tu lavori al confine tra libro e gioco, firmi progetti di didattica ludica e di ricerca giocosa. Negli ultimi anni abbiamo sentito molto parlare di gamification della didattica e game based learning.  E’ stabilito che nel gioco i giocatori mostrano costanza, impegno, capacità di assumere rischi calcolati, alti ritmi di apprendimento.

Applicare la filosofia del gioco e delle tecniche di game design in contesti didattici, può favorire l’apprendimento?

 

Per quello che riguarda il nostro paese, penso che siamo nella periferia dell’Impero Occidentale. Mentre all’estero la gamification è nata in un ambiente di Intelligenza Artificiale, quindi con solidissime basi teoriche e filosofiche, in Italia è affidata ad esperti di marketing. Questo inevitabilmente riduce la sostanza a vantaggio della sola apparenza. I prodotti didattici basati sulla gamification sono del tutto inconsistenti.

Detto questo, una nuova didattica che rivoluzioni il concetto di insegnamento, sfruttando tutte quelle caratteristiche intrinseche dei giochi e dei meccanismi che si mettono in atto giocando, sarebbe davvero una meravigliosa rivoluzione.

 

A cura di Manuela Serantoni

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