“Che bella la ricchezza dei ragazzi”

Chiacchiere a tavola con Luigi Ballerini

 

Luigi Ballerini è seduto con le gambe ciondolanti sul piccolo palco del cinema.

Questo è uno degli “Incontri con l’autore” del Festival PAGINEaCOLORI e lui sta parlando con i ragazzi della seconda e terza media di Tarquinia, che hanno letto due tra i suoi libri: “La signorina Euforbia” e “Io sono zero”.

Hanno fatto tante domande, hanno preparato dei cartelloni, scritto ricette segrete per Euforbia, pasticcera protagonista del libro. Una studentessa ha cucito dei deliziosi pasticcini di stoffa e glieli ha regalati, lui se ne andrà in giro a mostrarli a tutti, alla fine dell’incontro.

Nella sala per tutto il dibattito ha regnato il silenzio: ai ragazzi i libri sono piaciuti.

 

E a Ballerini piacciono i giovani, è la prima cosa che mi dice.

“Mi piace conoscere i ragazzi. Come psicanalista ne incontro moltissimi, mi piace conoscerne la ricchezza. Ho una gran voglia di raccontare storie per adolescenti e soprattutto partecipare agli incontri, sia con i più piccoli sia con i più grandi. Come autore devo dire che rispondere alle domande sui libri per ragazzi è decisamente più stimolante rispetto agli incontri con gli adulti: loro sono realmente interessati alle risposte!”

 

Come affronti il tuo mestiere di scrittore? Qual è il tuo ingrediente segreto per rendere un libro forte, per farlo amare a chi lo legge? Come trasmetti un’idea, un messaggio?

La forza dei libri risiede nelle storie e nei personaggi. Io sospetto dei libri che dichiaratamente sono scritti per far superare un momento particolare alle persone, mi pare di sentire puzza di bruciato.

Tutta la forza deve stare nella storia e certamente nelle storie c’è sempre un messaggio, anche più di uno. Ogni libro porta con sé un’idea e noi che li scriviamo abbiamo sempre la responsabilità di di pensare a quello che scriviamo. Soprattutto quando si scrive per un pubblico di giovani e giovanissimi: dobbiamo sempre sapere per chi stiamo scrivendo.

 

Di buono Luigi, posso dire che l’editoria per ragazzi brilla per la qualità dei contenuti, dei tanti piccoli editori che si dedicano con passione a questo lavoro e soprattutto delle persone che attivamente producono questa letteratura. Devo dire che attraverso il Festival noi abbiamo avuto il privilegio di incontrare tanti autori di altissimo livello.

Sì, è vero. Penso anche io che tante delle persone che lavorano alla letteratura per ragazzi abbiano un alto profilo di professionalità, probabilmente è dovuto proprio alle grande responsabilità che si sente nel partecipare alla formazione dei più giovani, ma anche alla spinta, alla voglia di comunicare con questi ragazzi.

 

Luigi, tu i ragazzi li incontri in tanti modi differenti: come autore di libri, come psicoterapeuta, come insegnante di scrittura, come consulente per le scuole e per i centri educativi, come giornalista. Il tuo sguardo arriva lontano, come li vedi i giovani oggi? Com’è questa età?

Questi anni delle medie sono per loro molto impegnativi: sono gli anni del cambiamento del corpo, dello sviluppo sessuale, della conoscenza di sé attraverso gli altri. Nel confronto con i loro pari aumentano le richieste sociali. Questa è l’età in cui si definiscono i loro gusti.

Il compito degli adulti è permettere che cambino, agevolare questa trasformazione, lasciando che i loro gusti si modifichino. Attraverso le esperienze, soprattutto. Attraverso un’offerta significativa: il ruolo dell’adulto e delle sue proposte è centrale, solo con risposte di valore possiamo aiutarli a crescere e a sviluppare un giudizio su se stessi e sul mondo.

Questo mondo così grande eppure per loro così piccolo, tutto nella portata di una mano, tutto di fronte agli occhi con il solo tocco delle dita. Nel libro “Io sono zero” racconti la vita di un ragazzo completamente immerso in una realtà virtuale, che irrimediabilmente crolla. Il rapporto fra giovani e tecnologia è uno dei temi più studiati, più dibattuti nel nostro tempo. Qual è il tuo pensiero?

Paradossalmente questa è la generazione più controllata della storia. La mia quando era lontana da casa, fuori dal nido, era invisibile agli occhi degli adulti. I ragazzi oggi ricevono il loro primo smartphone come regalo per la comunione e vivono completamente immersi in questa tecnologia già da piccolissimi.

Ma occorre tenere presente che la dimestichezza con lo strumento digitale non li rende competenti, così come rimane aperta la questione della tecnologia sugli adulti, spesso completamente impreparati anche loro.

A mio parere i genitori non possono essere né dinosauri, né ingenui: devono sempre ricordare il proprio ruolo e le proprie responsabilità.

 

Le massiccia quantità di immagini e di video a cui i ragazzi hanno accesso, la realtà virtuale, la pervasiva presenza di schermi davanti a loro e fra di loro, come cambiano il rapporto che questi giovani hanno oggi con la realtà?

Credo che uno dei nodi fondamentali sia l’esperienza: i giovani oggi usano poco e male il loro corpo. Le esperienze virtuali escludono il senso del tatto, quello dell’olfatto, il gusto!

Sensi fondamentali per riuscire a definire completamente il valore di ogni conoscenza.

Ridotti all’utilizzo dei soli vista e udito provochiamo una de-materializzazione dell’esperienza. Il corpo non deve essere esclusivamente un contenitore di pensieri, deve invece necessariamente fornire un luogo fisico per le esperienze. Solo così si riesce ad evitare l’isolamento. La sfida non è contro il virtuale, la sfida è sfruttare il virtuale perché sia al servizio della realtà e la potenzi.

 

A cura di Manuela Serantoni

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