“La meraviglia di sentirsi pieno”

Chiacchiere a tavola con Emanuela Bussolati

 

Un cappello di carta sulla testa, di quelli che da bambini ti facevano i nonni e che peccato, credo proprio di non saperlo fare e dovrò imparare daccapo. Un teatrino di cartone nero e rosso, attorno a cui Emanuela Bussolati gira intorno, a piedi scalzi, interpretando diversi personaggi, con diverse voci e diversi movimenti.

“La stessa faccia, le stesse gambe, ma il pensiero è diverso”. Gioca con le maschere, si trasforma in un Dio, in una formica, un marinaio, una gallina, Adamo ed Eva.

Ai bambini in platea sembrerà una bambina come loro, Emanuela Bussolati?

Il Museo Nomade utilizza tanti strumenti della rappresentazione teatrale: la scenografia, le maschere, le ombre cinesi, le marionette. Protagonista è il gioco simbolico. Dove vuole arrivare?

Vicino! Avrei potuto utilizzare un proiettore e fare un disegno, molto bello, molto d’effetto, ma distante. Distante dalla possibilità di rifarlo. Quello che mi piace di più è regalare ai bambini la possibilità di rifare quello che vedono allo spettacolo, la possibilità di creare, la voglia di prendere una scatola di cartone e raccontare una storia, la loro.

Perché la storia di ogni bambino può essere unica, importante. Come vede i bambini Emanuela Bussolati? Davvero si nasce già competenti e via via si selezionano le competenze, trattenendo solo le più utili?

La parola bambini viene da bamba, che significa ignorante, sempliciotto. C’è una certa idea che vede solo gli adulti come persone complete, ma io penso proprio di no. Mi piace l’idea di un orgoglio bambino: l’orgoglio di essere persone complete già come sono, con capacità manuali e soprattutto di pensiero, di logica. Mi interessa fargli scoprire quanto sono bravi, di aprirgli un’infinità di possibilità. Mondi interi!

Mi spaventa molto l’idea di un adulto compiuto, finito. Anche al Festival PAGINEaCOLORI non facciamo che proporre l’idea di un apprendimento continuo. Tu cosa hai imparato fino ad oggi?

Non saprei, sono troppo impegnata ad imparare per fare un bilancio! Ricordo che quando cominciai a disegnare, copiavo tutto quello che avevo intorno, cominciai dal bordo del foglio e arrivai alla scrivania, una penna, una mela, un gioco, poi uscii fuori, una foglia, un albero, una montagna: il mondo intero! Mi sono sentita grande. Mi sono sentita piena. Ho provato per la prima volta la meraviglia di sentirmi piena in qualcosa, mentre prima mi sentivo a pezzettini. C’è un meraviglioso libro di Leo Lionni che descrive perfettamente questa sensazione, “Pezzettino”.

E cosa hai insegnato, allora?

Non ho la presunzione di insegnare, non ne ho l’intenzione. Io offro esperienze di tutti i generi, la parola più giusta che rappresenta quello che faccio è rafforzare. Tiriamo fuori quello che da gioia agli altri. L’importante è far scaturire la voglia, il desiderio di avere la possibilità di fare qualcosa. Io mostro ai bambini che si può fare, tanto, con poco.

Dimmi allora come cerchi di aiutare coloro che insegnano. Con Federica Buglioni, anche tu fai parte della Rete di Cooperazione Educativa.

Con l’ascolto. Io credo che siamo tutti sullo stesso percorso: ogni persona ha la sua storia e ha fatto le sue scelte. Cerco sempre, anche parlando con gli adulti, una modalità di comprensione. Non do consigli, ascolto. Questa è la chiave della comunicazione. La Rete di Cooperazione Educativa sostiene tutte quelle persone con un’idea di scuola centrata sui bambini. Noi siamo fatti della materia che abbiamo intorno, di ciò che possiamo esperire, toccare, vedere. Da ogni argomento possiamo arrivare ad ogni altro argomento, c’è una naturale connessione tra tutte le cose. La scuola è invece rigidamente organizzata per materie: non è per i bambini un momento di felicità lá dove regna la disciplina.

Nella tua esperienza, c’è anche un lavoro in un centro terapeutico per bambini. Raccontamela.

Il centro seguiva bambini in condizione di disagio familiare e di disabilità, in gruppi misti. Io lavoravo insieme ad una psicologa e ad una terapista occupazionale, direi che il mio ruolo era quello di cuscinetto tra i bambini con un disagio e i bambini che venivano da situazioni famigliari di normalità a convivere felicemente, proprio superando quel concetto di normalità che non mi sembra abbia molta aderenza con la realtà. Siamo essere sociali: non fare il male e non accettarlo verso di te. Camminiamo insieme non siamo soli.

Mi viene in mente la splendida frase di Danilo Dolci: “ciascuno cresce solo se sognato”.

I miei sogni io li chiamo buoni propositi doverosi. L’infanzia è stata per me un momento magico. Lo è per tutti i bambini, per raggiungerli, dobbiamo fare un passo indietro e ritrovare quella magia. Dobbiamo ridare consapevolezza al bambino. Conosci i ching cinesi?

No, non li conosco, sono come i nostri tarocchi?

Come i tarocchi mischiano scienza e conoscenza. Nulla a che vedere con la divinazione.

I Ching ti offrono una visione completa di un quadro e delle tue possibili alternative. Ti aiutano a prendere coscienza di chi sei in quell’esatto momento e delle tue possibilità, e di conseguenza delle scelte che puoi fare per arrivare ad ottenere quello che desideri. Il centro pulsante è la volontà: una spinta fortissima, il cuore della motivazione, che spinge ognuno di noi a fare quello che si credeva impossibile.

Emanuela Bussolati è anche architetto, vorrei chiederti a questo proposito come vedi l’architettura declinata nel suo compito generatore di società, nel suo senso più ampio di costruzione di utopie.

Io credo che sulla terra bisogna passare leggeri. Abbiamo noi essere umani lo stesso diritto di abitare la terra di tutti gli altri esseri che la popolano, gli animali, le piante.

Anche nella costruzione il tratto che preferisco è la leggerezza, impossibile non pensare alla grande potenza del segno. Una costruzione fatta di materiale deperibile, ben fatta, ma non eterna, diventa parte della natura. L’urbanistica ha tradito la società: la piazza, simbolo per eccellenza di convivialità, non esiste più come luogo sociale, ma solo come luogo di movimentazione lunga. Non appartiene più all’umano.

L’ultima domanda, parlami di Emanuela Bussolati come illustratrice. Come affronti questa parte del tuo lavoro?

Quando devo illustrare le parole degli altri, quando devo interpretare un testo, cerco soprattutto di comunicare. A volte riesco a creare situazioni di cui io per prima non ho piena coscienza, su cui ad illuminarmi sono i bambini.

La mia non riesco a definirla arte, guardo al lavoro di alcuni bravissimi illustratori italiani con un senso di deferenza! la mia interpretazione è illustrare per descrivere, la chiave resta sempre comunicare.

A cura di Manuela Serantoni

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