“La sostanza dell’immagine”

Chiacchiere a tavola con Carla Manea

Carla Manea arriva da un paese che si chiama Malo, vicino Vicenza:  -”Palladio” mi dice, per farmi capire e con una parola sola si comincia a delineare la figura di questa illustratrice, con cui parlerò di illustrazione, di linguaggio pittorico, di arte, di libri e di bambini.

Carla è al Festival PAGINEaCOLORI come illustratrice, in Mostra con il libro “Filastrocche da mangiare” edito da Valentina Edizioni e con un laboratorio per i bambini.

I bambini, il tuo pubblico, il nostro, i bambini che pensano grande, come dice Lorenzoni. Sei un’osservatrice privilegiata, li puoi cogliere nel momento in cui si accostano al processo creativo. Come sono i bambini che incontri nei tuoi laboratori?

Li vedo come carta bianca, dove si può intervenire con un segno.

Il segno che mi ha insegnato Alex Corlazzoli è quello che si lascia quando si in-segna.

Assolutamente. I bambini sono mentalmente elastici, a volte purtroppo al contrario degli adulti, più rigidi, più inclini a dare per scontato come dovrebbe essere un disegno, un’immagine: l’erba deve essere verde e il cielo deve essere azzurro.”Questo non farlo così!” Ma perché mai? La creatività non deve essere iscritta all’interno di regole rigide, soprattutto se colui che si trova a fare da guida non ha avuto nessun percorso di conoscenza visiva, di opere d’arte, di gusto. Nel nostro paese ci si allontana sempre di più da una cultura del visivo! Ma l’immagine è dappertutto, anche sull’insegna di un negozio e spesso è un’immagine che si riallaccia alla cultura artistica. E’ molto difficile oggi fare una critica onesta dell’arte, quello che passa spesso è un linguaggio che non ha sostanza.

Paradossale parlare di una distanza dalla cultura del visivo in un paese dove ad ogni angolo si scopre un tratto di storia dell’arte. E’ ben detto che viviamo un’epoca di sovrastimolazione visiva. Mi piace osservare anche che l’illustrazione negli ultimi anni sta prendendo molto piede nel nostro Paese: Festival dedicati a quest’arte, prodotti editoriali attenti ad una buona cura della loro veste grafica che la utilizzano. Sei d’accordo con me?

Vedo due lati della stessa medaglia: il primo è positivo, questa grande produzione di immagini ha portato l’illustrazione ed essere considerata un lavoro,  e per fortuna!

Inoltre questa facile accessibilità alle immagini globali permette a chi lo desidera l’opportunità di aprirsi ad un mondo intero. D’altra parte, il lato negativo è che la qualità dell’immagine ha subito un calo fisiologico, per potersi adattare alle funzioni che le sono richieste. Mi diverte poi che tutti pensino: “questo lo so fare anch’io!”

Come affronti tu il tuo lavoro editoriale di illustratrice? Qual’è il percorso che ti porta da un testo ad un’immagine?

Devo riuscire a “sentire” il testo. Quando l’editore mi propone un lavoro, può succedere che io entri immediatamente in contatto con lo scritto per empatia, magari perché parla di qualcosa che è capitato anche a me. Ma può capitare anche che questa vicinanza non sia immediata e allora tutta la parte iniziale del lavoro consiste nel trovare un aggancio. “Filastrocche da mangiare” è nato in modo diverso: Marinella Barigazzi, l’autrice, mi ha chiamato ancor prima di trovare un editore. Per questo libro poi mi sono occupata anche della grafica e questo mi ha permesso di gestire completamente il progetto, scegliendo le soluzioni più adatte per ogni filastrocca.

Quello dell’illustrazione è un linguaggio proprio, l’uso che poi si fa di ogni immagine cambia a seconda del prodotto che la ospita: penso al libro illustrato per bambini, ai libri scolastici, ad una copertina di un giornale culturale per adulti.

Quali sono gli strumenti che usi nel tuo linguaggio?

Prima di tutto devo contestualizzare il linguaggio, l’immagine deve essere veloce, comprensibile e mai scontata. Una copertina nello stile del New Yorker vive di un contesto completamente differente da un libro per bambini.

Utilizzo molto la composizione e le cromie. Ma a corredo del linguaggio pittorico deve sempre esserci un’idea.

Ad esempio, l’illustrazione di una poesia deve riuscire a portare chi la guarda al di là delle parole, ma deve sempre ricongiungersi all’idea che queste vogliono esprimere. Lo puoi fare col colore, con una serie di linee dritte che ti portano al soggetto, ma l’immagine non deve trovarsi né troppo lontano, né troppo vicino: deve fare da cassa di risonanza.

Oltre al tuo lavoro di illustratrice editoriale e ai tuoi laboratori con i bambini, tu insegni anche alla Scuola di Comics di Padova, qual’è la differenza tra insegnare ai bambini e ai ragazzi?

Mi pare che i bambini più crescano più siano goffi con le matite. Devo dire che mi capita anche di incontrare dei “piccoli geni del pennello”, bambini che vedono un disegno ancora prima di farlo. Molti altri non hanno questa progettualità. I ragazzi più grandi, a volte, ne sono del tutto sprovvisti, sanno appena organizzare il loro banco da lavoro, molti vengono da scuole tecniche o Licei e probabilmente per mancanza di tempo non hanno approfondito la materia del disegno. Io ricordo fogli e fogli di linee al Liceo artistico!

Quello che può fare la differenza è l’apertura mentale: il digitale ha aperto infiniti mondi.

Appunto, parliamo del digitale, sia come strumento di lavoro, sia come piattaforme social per la condivisione di immagini. Impossibile non essere presenti sul web, eppure allo stesso tempo ci si sente sopraffatti da tanta offerta.

I social network li utilizzo molto per il lavoro, anche se male, ahimè. Dovrei essere migliore, perché sono diventati una parte fondamentale del lavoro di un illustratore, importantissimi per proporre il proprio portfolio agli editori e far conoscere il proprio curriculum. Quello che preferisco è Behance, una piattaforma sicuramente più professionale.

Per quanto riguarda la tecnica digitale, ho iniziato ad utilizzarla nel 2009. L’ho trovata da subito incredibilmente utile per velocizzare il processo di produzione ed è stato bellissimo imparare così tante cose. La utilizzo, ma allo stesso tempo la considero molto differente dalle mie tecniche abituali, che definirei “di pancia”. Spesso ho bisogno di sporcarmi le mani!

Qual è la qualità che apprezzi in un illustratore? Quali sono gli illustratori che ti ispirano e di cui ami il lavoro?

Quello che apprezzo di più è la dedizione, la disciplina. Mi piace sapere che un illustratore ha consumato la propria matita. Mi piace molto il lavoro di Mattotti, un Hansel e Gretel straordinario, di Vincenti, di Berton, della Marcolin. Tutti illustratori che conosco personalmente, di cui apprezzo proprio la grande serietà nel lavoro.

a cura di Manuela Serantoni

http://carlamanea.blogspot.it/

http://www.carlamanea.com/

https://www.behance.net/CarlaManea

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